Il caso Battisti, diventa caso politico. La mancata estradizione del pluricondannato ex-militante del gruppo eversivo "Proletari Armati per il Comunismo", crea un vero e proprio incidente diplomatico.
Per la prima volta da tempo immemorabile, nel nostro Paese, maggioranza ed opposizione si trovano concordi nel condannare senza appello la decisione del Presidente uscente Lula, di non estradare l'ex-terrorista.
Oggi si e' tenuto un sit-in di protesta nei pressi dell'Ambasciata del Brasile a Roma, per rimarcare il forte disaccordo in merito alla decisione presa dal paese verde-oro. Il malcontento giustamente, era bipartizan.
Peccato che la stessa lunghezza d'onda, la stessa condivisa sintonia di intenti, non si sia mai riscontrata, in merito alla decisione di ritirare le nostre truppe dall'Afghanistan. Altro sangue italiano, e' stato versato in nome della pace. Per molti esponenti della maggioranza, lasciare quei territori, significherebbe accettare una cocente sconfitta e mettere a repentaglio la sicurezza del nostro Paese. Io non condivido affatto tale teorema.
Nell'inferno degli altopiani mediorentali, non si combatte una guerra. In quei territori dimenticati da Dio, va avanti ormai da troppi anni, un massacro senza regole, senza strategie. Laddove vengono nascoste mine anticarro tra le gente nei mercati, dove in nome della salvezza celeste, uomini, donne e bambini, diventano terrificanti kamikaze, non si puo' parlare di guerra.
In questa guerra poi, le procedure di ingaggio dei nostri uomini sono assai limitate rispetto a quelle dei nostri principali alleati. La nostra non e' piu' una missione di pace. A breve, dopo l'ennesima perdita di un nostro soldato, diventera' una missione al suicidio.
Chissa' quando, i nostri politici, saranno uniti contro le guerre.
Per la prima volta da tempo immemorabile, nel nostro Paese, maggioranza ed opposizione si trovano concordi nel condannare senza appello la decisione del Presidente uscente Lula, di non estradare l'ex-terrorista.
Oggi si e' tenuto un sit-in di protesta nei pressi dell'Ambasciata del Brasile a Roma, per rimarcare il forte disaccordo in merito alla decisione presa dal paese verde-oro. Il malcontento giustamente, era bipartizan.
Peccato che la stessa lunghezza d'onda, la stessa condivisa sintonia di intenti, non si sia mai riscontrata, in merito alla decisione di ritirare le nostre truppe dall'Afghanistan. Altro sangue italiano, e' stato versato in nome della pace. Per molti esponenti della maggioranza, lasciare quei territori, significherebbe accettare una cocente sconfitta e mettere a repentaglio la sicurezza del nostro Paese. Io non condivido affatto tale teorema.
Nell'inferno degli altopiani mediorentali, non si combatte una guerra. In quei territori dimenticati da Dio, va avanti ormai da troppi anni, un massacro senza regole, senza strategie. Laddove vengono nascoste mine anticarro tra le gente nei mercati, dove in nome della salvezza celeste, uomini, donne e bambini, diventano terrificanti kamikaze, non si puo' parlare di guerra.
In questa guerra poi, le procedure di ingaggio dei nostri uomini sono assai limitate rispetto a quelle dei nostri principali alleati. La nostra non e' piu' una missione di pace. A breve, dopo l'ennesima perdita di un nostro soldato, diventera' una missione al suicidio.
Se le nostre missioni militari all'estero, si devono ridurre ad interventi caritatevoli a favore delle popolazioni oppresse, si organizzino allora spedizioni in paesi meno turbolenti.
Il Presidente Napolitano, nel suo discorso di fine anno, ha fatto comunque a tempo a fare una chiosa su tale delicata questione. Chissa' per quanto tempo ancora, i giovani del nostro Paese, dovranno cercare fortuna rischiando la propria vita.Chissa' quando, i nostri politici, saranno uniti contro le guerre.