La crisi ci attanaglia. La crisi ci circonda. La crisi ci rende pessimisti, riducendo la nostra percezione del futuro.
Tutti auspicano provvedimenti immediati, risolutori, miracolosi e che soprattutto non scontentino nessuno.
In Italia viene sottolineato come il nostro sistema bancario sia ancora solido, come l'economia reale pur se ferma e in ritardo rispetto agli altri paesi europei, non e' ancora compromessa da questa onda di incontrollato tracollo globale.
Vengono auspicate intese bipartizan, dove vengano garantiti gli interessi di tutte le categorie. E' questo il problema. Proprio in questa fase di forte crisi come si fara' a salvare tutti? Quali categorie privilegiare, quali favorire di meno?
Si invocano interventi straordinari, eccezionali ma soprattutto repentini. Si vuole puntare a grossi investimenti nelle infrastrutture, in un paese che a riguardo, ha ancora tratti di ferrovia risalenti al periodo monarchico. Puntare alle grandi opere, quando ce ne sono una miriadi di incompiute o di realizzate e subito dopo abbandonate.
Si vuole intervenire direttamente su una parte del PIL prodotto, dove questo e' tra i piu' bassi dei paesi industrializzati gia' in tempi "normali" e dove lo stesso serve in prima analisi a tamponare l'emorragica presenza di uno storico debito pubblico, tra i piu' alti dei paesi industriali.
Si vuole puntare sulla capacita' di reazione del paese, una caratteristica da molti considerata insita nel bagaglio culturale nazionale, anche se una sola volta in tutta la storia economica italiana, si e' verificato un periodo di boom economico record, a cavallo tra gli anni 50' e 60'. E si perche' per risalire la china non servono dei passettini ma un vero e prorio balzo, un altro miracolo economico.
Nel dopo guerra si partiva dalla distruzione. Si doveva creare l'economia. Oggi bisogna convertirla, adattarla alle esigenze del momento, sganciarla possibilmente dai meccanismi di correlazione internazionali.
L'Italia nonostante le enormi difficolta' ha comunque delle caratteristiche peculiari che altri paesi non hanno. Le altre economie del mondo ce le riconoscono. Noi in Italia, ne dovremmo essere piu' consapevoli. Dovremmo puntare su alcune "italianità" e farne sistema.La crisi e' diffusa. Sicuramente maggiore ne e' la sua percezione. Oggi l'economia finanziaria(la borsa) e' la prova evidente che l'aspetto umorale diventa preminente e che i suoi riflessi possono influenzare un'economia reale gia' contratta.
Oggi in Italia viene addirittura considerato inopportuno parlare di ottimismo. Da molti viene considerato quasi un'offesa alla dignita' umana.
Ma la crisi economica non si deve tramutare in una crisi dell'io.La vulnerabilita' dei numeri non deve compromottere quella della sfera soggettiva.
Se un uomo non ha piu' speranza, la societa' non ha piu' futuro.
Anche il "yes we can" di Obama, non e' stato un meccanismo propagatore di speranza?
Proprio in questo momento di crisi diffusa, ognuno dovrebbe credere maggiormente nelle proprie capacita', opporsi fortemente a questa diffusione oscurantista dai tratti sociologici, diventando protagonista del proprio domani.